Parlare in sardo, l’orgoglio dell’identità: intervento di Salvatore Cubeddu
L’Unione Sarda Cultura Pagina 11
Vi era una diffusa opinione secondo la quale il sardo fosse parlato soltanto nei paesi dell’interno ed in alcune situazioni della comunità. E che, ormai, la lingua dominante e pressoché esclusiva fosse l’italiano. In verità questa era un’opinione soprattutto della cultura ufficiale, per esempio dell’università e degli intellettuali urbani. Perché nella esperienza comune di ascolto, nei vari ambienti della stessa città di Cagliari, spesso si sente parlare in campidanese e nelle altre varianti del sardo: per esempio, negli ospedali, nei bar, nei luoghi di divertimento, nella famiglia, nell’incontrarsi tra amici. Tuttavia questa evidenza veniva mascherata, perché considerata espressa in settori marginali, che non sembravano dimostrativi di una vera identità linguistica diffusa. Due anni fa la Fondazione Sardinia ha fatto una ricerca su "Identità, cultura e lingua sarda", somministrando un questionario a 500 studenti del triennio del liceo classico Siotto e dell’istituto tecnico Giua. I risultati sono stati strabilianti perché, invece, è risultato che il sardo veniva parlato in molti momenti della giornata, assieme all’italiano, pure utilizzato in altri tempi e luoghi. Nell’insieme, si rilevava un forte sentimento di identità linguistica, che si riteneva inesistente presso i giovani dai 15 ai 18 anni. Poi, una ricerca più organica e più documentata, effettuata dalla facoltà di Scienze politiche di Cagliari e dalla facoltà di Lettere di Sassari, su un campionario di 2500 persone dei diversi strati sociali, ha confermato quei dati. Risulta che il 68,4 per cento, e più, dei sardi, parlano, ascoltano o comprendono la lingua sarda; il 29 % la comprende, però non la parla; soltanto il 2,7 del totale non la parla né la capisce. La realtà verificata nella ricerca contrasta fortemente con l’opinione della cultura ufficiale che, invece, sempre in difesa dell’italiano, dava il sardo come una lingua ormai all’estinzione. Si pongono, quindi, questioni interpretative, che domandano decisioni conseguenti. Come si dice nella ricerca universitaria, non c’è più un atteggiamento di vergogna, ma cresce invece il motivo di orgoglio. È venuto meno quel complesso di inferiorità legato alla lingua, che la poneva in modo residuale e passatista. Nonostante che la difesa della lingua - nel senso del parlarla, dello scriverla, dell’insegnarla - sia stata finora piuttosto modesta. Si lega al ricupero di identità, in atto da noi come in tutto il mondo occidentale, dato che la lingua rappresenta il dispositivo più importante e decisivo per entrare nel discorso dell’identità. Non è forse questo il motivo che tutti i partiti politici - a torto, a ragione, talora persino fuori luogo - prendono a prestito in Sardegna “l tema di arrivo della nostra politica e della cultura”?. È difficile oggi immaginare un’identità sarda escludendone la lingua. Può essere interessante, quindi, osservare - seguendo le elaborazioni dei numerosi scritti ed interventi di Bachisio Bandinu - come si sia passati da questo complesso di inferiorità ad un motivo di accettazione, addirittura di orgoglio. Evidentemente nei rapporti tra globalità e località, tra il locale ed il globale, ci si è accorti che oggi il locale non è considerato una realtà del passato, sorpassata rispetto alla modernità ed alla globalizzazione. Oggi la globalità si declina totalmente nel locale. Cioè, se non si è totalmente locali, non si può essere globali. In fondo, la nostra economia si risolve nella dimensione territoriale delle risorse locali. Ed un prodotto tanto più viene caratterizzato localmente, in senso identitario, tanto più trova spazio nei mercati e nella comunicazione globale. Questo discorso economico, questa coscienza dei valori della nostra Isola come valori materiali - coste, bellezze interne, monumenti, archeologia, arte, romanzi, cinema, musica, artigianato, prodotti agro-alimementari - ha portato alla nostra coscienza di essere e all’orgoglio di appartenere. Prima, si verificava un processo di rimozione, che allontanava ogni esposizione identitaria. Ora, invece, se ne è colta l’importanza. Non sono però dei valori necessariamente contrastanti rispetto ad altri. Ma si affiancano agli altri. Cioè, uno suona le launeddas, canta a tenores, ed allo stesso tempo gode della musica jazz o della musica rock. Non, quindi nella logica dialettica e sottrattiva, per cui uno esclude l’altro, come se il sardo rubasse qualcosa all’italiano, o viceversa. Ma in quello aggiuntivo - dovremmo conoscere di più il sardo, di più l’inglese e più l’italiano - secondo la dimensione della rete, cioè delle forme modulari aggiuntive, orizzontali, dei processi di relazione. Ancora, a proposito della nostra antica vergogna e del nuovo orgoglio. C’è una motivazione storica, che si può leggere lungo il percorso della vicenda sarda, di un popolo sottomesso. È difficile che un popolo sottomesso, a lungo andare, faccia della sua identità un processo attivo e dinamico. Può succedere, in certi momenti, ed anche in Sardegna è successo. Quando si è preso coscienza e si è reagito alla dominazione esterna. Normalmente le popolazioni riflettono il complesso di inferiorità delle loro classi dirigenti, che spesso non sono altro che i rappresentanti locali della dominazione esterna. Il loro grande sogno è andare alla corte del re, di Madrid o di Torino. Il popolo riflette, come uno specchio, quella sottomissione. In più c’è un complesso di inferiorità più profondo, quando il sottomesso rimugina la propria sottomissione, ma la sfoga sul proprio simile, in un processo di invidia, di reciproco controllo e di aggressività. La situazione di sudditanza porta ad odiare il concittadino, il fratello. E questa sudditanza la dilata su tutti gli aspetti espressivi della sua vita e dei suoi comportamenti, concreti, immaginari, linguistici, simbolici e così via. Tutto questo oggi è mutato profondamente. Il processo di globalizzazione, paradossalmente, ha creato questa coscienza. Perché agisce su due versanti. Uno è quello di inglobare e di standardizzare, l’altro è, attraverso i meccanismi di difesa, di produrre diversificazione, motivi di autonomia, di indipendenza e di coscienza di sé. È sotto gli occhi di tutti quanto sia risultato utile lo "sguardo degli altri" per farci apprezzare in maniera più convinta ed innovativa tutto ciò che ci appartiene, che si tratti dei tenores e delle launeddas o del nostro patrimonio naturale. Se le istituzioni parlano in sardo,
se gli intellettuali parlano pubblicamente in sardo, se i giornali e le televisioni cominciano a parlare, con stile, con misura, in sardo, avviene che la coscienza popolare si forma e prende consapevolezza di se stessa. Se diremo, nella pedagogia scolastica, che parlare in sardo e parlare in italiano è una forma additiva di ricchezza reciproca e di scambio vicendevole, faremo un regalo ai nostri ragazzi. Faremo, soprattutto, il nostro dovere. Di genitori e di adulti.
Salvatore Cubeddu
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