Da http://www.ruc.dk/isok/skriftserier/XVI-SRK-Pub/SMO/SMO08-Olesen/
Riassunto : La prima parte dell’articolo tratta il discorso sulla connessione tra lingua, identità
e etnia in Sardegna, presente nel dibattito pubblico sulla preservazione della lingua sarda.
Viene argomentato nel dibattito che il sardo è un segno di identità. Contemporaneamente,
un’identità sarda è menzionata come una premessa per la preservazione della lingua e il
recupero di parlanti.
Nella seconda parte si intende esplorare, in base a esperienze personali in un corso serale di
sardo, per quali motivi alcuni giovani monolingue in italiano e/o con una conoscenza passiva
del sardo cominciano a studiare il sardo da adulti. Sembra che una lingua locale L2 ha un
significato non piccolo per l’identità di questi giovani. Parte delle osservazioni mostrano però
che il collegamento tra lingua, identità e etnia come la richiama a una tradizione può essere
problematico.
Introduzione
Il discorso sul significato della lingua come parte integrante dell’identità culturale e
dell’identità etnica si fa particolarmente vivo nel caso della lingua sarda. Pare che il concetto
di “identità” stia in crisi tra il mondo delle tradizioni e l’esigenza di trovare un’affinità tra la
lingua locale e il mondo “moderno”.
Attraverso la trattazione del dibattito pubblico in Sardegna intendo illustrare lo stretto
rapporto lingua-identità-etnia e le sue problematiche. In base a esperienze personali in un
corso serale di sardo nell’autunno 2004 intendo esplorare in quale maniera lingua e cultura
come una scelta consapevole può svolgere un ruolo per l’identità dell’individuo.
La lingua e i parlanti
Con la legge italiana L.N. 482/99, il sardo ha ottenuto il riconoscimento ufficiale in quanto
lingua minoritaria. Si osserva però un declino nel numero di parlanti e la lingua è considerata
in pericolo. Oggi sono numerosi i giovani crescuiti monolingui in italiano ma con vari gradi di
competenza passiva del sardo. Non ci sono però statistiche recenti sul numero attuale di
sardoparlanti. Le ultime cifre approssimative risalgono dagli anni ’80.
Il sardo si trova in una situazione di diglossia: viene impiegato negli ambiti bassi ed è poco
usato negli ambiti alti. Nei mass-media il sardo è grosso modo assente, anche se in questi anni
si nota una aumento discreto di testi in sardo nell’area giornalistica. Questo avviene
soprattutto con l’uso dell’internet. Il sardo è poco usato nei generi di prosa letteraria e
saggistica, solo durante gli ultimi 20 anni si nota una crescita in pubblicazioni di questi tipi.
Il sardo non è obbligatorio a scuola, viene insegnato perlopiù in progetti didattici “di
sperimentazione”.
L’area geografico del sardo è tradizionalmente diviso in due macrovarietà, il logudorese al
nord e il campidanese al sud. E’ una destinzione che si verifica soprattutto per la lingua
scritta. La lingua parlata consiste in molte varietà locali. Non è possibile identificare una netta
linea di confine tra le due macrovarietà in quanto i tratti linguistici locali non hanno una
distribuzione identica. Si verificano molte differenze locali in fonetica e
lessico, nella sintassi si osserva però meno varietà.
La variazione nel sardo parlato ancora permette l’identificazione della provenienza di un
parlante. Nei più casi, i sardoparlanti sono molto consci di queste differenze. In una
comunicazione tra parlanti provenienti da regioni diverse accade spesso un confronto tra le
loro varietà rispettive. Non raramente la presenza delle diversità locali è considerata un segno
caratteristico dell’identità di un sardoparlante.
Tendenze nella preservazione linguistica
Emergono due tendenze nella preservazione linguistica: proposte e sperimentazioni per una
standardizzazione e la preoccupazione per la salvaguardia delle varietà locali.
Dopo le leggi L.R. 26/1997 e L.N. 482/1999 il lavoro per la creazione di uno standard
ufficiale si è intensificato. Nel dibattito pubblico, sia studiosi di sardo che gente comune a
favore di uno standard ragionano per un uso della lingua in ogni ambito della società alla pari
con l’italiano.
Però nell’identità socio-culturale dei sardi esiste una forte coscienza delle differenze locali.
Molte volte le diversità sono percepite come un tratto positiva dei sardi, come una richezza
culturale. Altre volte si parla di chentu concas, chentu berrittas (it. cento teste, cento beretti),
dove l’insistere alle differenze viene considerato campanilismo. Per la lingua significa che
non si può facilmente introdurre uno standard senza creare preoccupazioni nei parlanti che
l’introduzione di uno standard potesse accadere a discapito delle loro singole parlate. Per
questo motivo alcuni si oppongono all’idea di uno standard.
Il rischio di creare disaccordi tra i parlanti che uno standard dovrebbe coprire è un problema
identificato per molte lingue non standardizzate (Fishman, 1991, pp. 337-354). Nel dibattito
sul sardo c’è però spesso la tendenza di vedere la situazione come un problema “sardo”, per
motivo della menzionata coscienza delle varietà locali di lingua e cultura.
Nel 2001 è uscita la proposta ufficiale, Limba Sarda Unificata (LSU). Era il risultato del
lavoro di un gruppo di esperti designati dalla Regione Sarda. La proposta ha creato molto
dibattito in quanto si basa soprattutto sulle varietà logudoresi e ha prodotto varie controproposte.
Una di quelle è la proposta Limba de Mesania (LdM) avanzata nel 2004 dal
comitato “Comitau Abbia a unu sardu comunu”. La proposta si basa sulle varianti nel centro
dell’area sarda. Come risultato indiretto dei dibattiti e di un clima politico cambiato, la LSU
non è diventata lo standard ufficiale. Dal 2002 viene usata e sperimentata nel “Ufitziu de sa
Limba Sarda” a Nuoro e dal 2005 in un ufficio simile a Oristano.
Durante l’inverno 2004 sembrava che la Regione Sarda stesse per fare una scelta tra le
proposte LSU e LdM per l’uso nell’amministrazione. In aprile 2005 la stessa Regione ha però
incaricato una seconda commissione di fare una proposta nuova e di avviare un’indagine
sociolinguistica. Le prime comunicazioni stampa menzionano uno standard Limba Sarda
Comuna (LSC) che sarebbe fontato sulle varietà del paese Sorradile nella provincia di
Oristano (per esempio Sedda, 2005). Il documento ufficiale non è ancora uscito.
I voci nel dibattito che temono per le varietà locali sono preoccupati che una normalizzazione
della lingua scritta potesse normalizzare perfino le varietà locali, in tempo cancellando anche
le diversità linguistiche. Dopo l’uscita della LSU nel 2001, questo timore sembra non aver più
lasciato il dibattito. Durante l’inverno 2004 erano pubblicate perfino lettere all’editore nel
giornale L’Unione Sarda scritte in sardo da persone che volevano la preservazione del sardo
ma senza uno standard (Pilloni, 2004 e Cherchi, 2004).
L’antropologo Giulio Angioni in vari interventi esprime il suo scetticismo circa uno standard:
sarebbe creato con lo solo scopo di far entrare il sardo nell’amministrazione dove non avrebbe
effetto in quanto meno efficace dell’italiano (Angioni, 2001 e Angioni 2004). Angioni
raccomanda invece di salvaguardare le varietà locali in una sorta di status quò. Insistere alla
lingua negli ambiti alti serve solo da “orgoglio etnolinguistico” (Angioni, 2004).
Il dibattito riguardando uno standard continua in giornali e convegni.
Identità e etnia nel dibattito sul sardo.
Identità
Nel dibattito pubblico degli ultimi decenni, la preservazione del sardo è spesso vista
nell’ottica del rapporto reciproco tra lingua e identità: senza la lingua l’identità sarda va a
perdersi, ma per preservare la lingua ci vuole una coscienza dell’identità.
Negli anni ’70 e ’80 si argumentò di contro al rifiuto dell’identità locale e dei “dialetti” allora
fortemente presente nella società e nel sistema scolastico. Più che altro si voleva far capire
perché la lingua locale serve contro l’immagine del sardo come “un blocco” per la cultura
moderna. Le problematiche circa l’abandono del sardo, visto come l’abandano dell’identità
locale e potenzialmente “arretrata”, sono analizzate dall’antropologo Michelangelo Pira.
Pira (1978) accenna alla connessione tra identità, cultura e lingua e argomenta in favore del
bilinguismo. La presenza dell’italiano non significa dover negare il sardo e la cultura italiana
non “vale di più” che la cultura locale. Conservare il sardo è essenziale perché i sardi
mantenessero la propria identità, sia a livello individuale che a livello di società (Pira 1978,
pp. 99-243). Le analisi di Pira servono ancora oggi da fonte nel dibattito.
Soprattutto a partire degli anni ’90 si tratta anche il legame identità-lingua nel senso psicosociale.
Bandinu (2001) descrive il disagio provato dall’individio quando la lingua locale gli
viene negata, cosa capitata spesso nella scuola pochi decenni prima. Sottolinea che l’eredità
culturale comunicata tramite la lingua locale serve per poiché l’individio si possa esprimere
liberamente e perché abbia una propria identità da mostrare in un tempo di globalizzazione
(Bandinu, 2001, pp. 130-138).
Etnia
Il concetto di etnia presenta un punto difficile. E’ spesso discusso se si possa parlare di
“caratteristiche etniche” dei sardi e in quel caso in cosa consistono. Il parlare in sardo può di
per sé essere un’espressione “dell’etnia”. Per alcuni è uno dei pochi tratti caratteristici che
rimanendo ancora.
Gli studiosi Spiga, Masala & Cherchi (2000, p. 55) nel loro volume di dibattito sull’identità
culturale dei sardi parlano di un “apocalisse dell’Etnos”, pensando al transito dalla società del
passato alla cultura moderna “di massa” dove le diversità culturali sono di meno rispetto al
passato. Spiga, Masala & Cherchi (2000) vedono un collegamento lingua-etnia talmente
stretto che sembra loro una perdita della lingua significasse una perdita delle ultime
caratteristiche etniche ancora visibili nei sardi (Spiga, Masala & Cherchi, 2000, pp. 55-63).
Nella definizione di “etnos” che usa l’associazione culturale “Sotziu Limba Sarda” (SLS) si
vede un esempio che illustra bene la connessione lingua-etnia-identità fatta spesso nel
dibattito pubblico.
Su chi sos literados giamant “Etnos”, e chi nois mutimus “connotu” est una parte de importu de sa cultura nostra,
ma no est totu.
Nois cherimus una cultura chi, chene ismentigare sas raighinas, fromet una natzionalidade noa, moderna,
democratiga, capassa de bogare a campu ideas noas, possibilidades pro totus, manizos e indicos pro intrare in sa
cultura “urbana” puru. (SLS Manifestu ,2000, http://www.sotziulimbasarda.net/docsotziu/manifestu.pdf)
Ciò che i litterati chiamano “Etnos” e che noi chiamiamo “connotu” è una parte importante della nostra
cultura, ma non è tutto.
Noi vogliamo una cultura che, senza dimenticare le proprie radici, forma una nazionalità nuova, moderna,
democratica, capace di far venire fuori nuove idee, possibilità per tutti, procedimenti e indicazioni per entrare
anche nella cultura “urbana”. (Traduzione mia).
Il solito significato del srd. connotu (it. conosciuto) è “quello che si conosce perché si lo ha
sempre fatto”. E’ interessante quì l’equiparazione tra i due concetti . Per su connotu molti
sardi pensano alla vita e le usanze nei paesi. La nozione di un’identità etnica è spesso legata a
un’immagine di un passato “statico”, di un “nodo” immutabile di cultura e tradizioni che
ognuno porta dentro di sé. La lingua fa così parte di questo “nodo”.
Nel documento di Sotziu Limba Sarda, la menzione della cultura urbana vuole indicare il fatto che la lingua
va usata anche in contesti nuovi. Si intende andare al di là dell’ambito della “tradizione” allo
stesso volendo la continuazione di cultura e tradizioni (cfr. sopra “le proprie radici”). E’ un
punto di vista sottolineato spesso nel dibattito, non solo da parte loro.
Sardo L2 e identità
Nel dibattito si tratta il significato della lingua per la formazione dell’identità del individuo
anche nei casi in cui il sardo non è L1. Pinna Catte (1992) e Pinna Catte (1999) accenna
all’importanza della lingua locale per l’identità di ogni bambino poiché il sardo è presente
nella società locale, e spesso anche dentro la famiglia dei bambini educati in italiano. In base
alle sue esperienze da maestra e a “case-studies” fatti, Pinna Catte mostra come più spesso è
un’esperienza positiva per i bambini L1 in italiano imparare il sardo come L2 a scuola (Pinna
Catte, 1999, e Pinna Catte 1992, pp. 148-153).
Bandinu (1999) parla del ruolo della lingua locale come una “lingua d’ambiente
antropologico” dove “il territorio ha luoghi e oggetti nominati in sardo, tradizioni religiose e
laiche parlate in sardo”. Intende sottolineare che si perde il contatto immediato con la società
locale quando non si capisce la lingua locale. (Bandinu, 1999, p. 95).
Questa parte del dibattito tratta soprattutto il ruolo del sardo nella vita di bambini e
adolescenti.
Bruno (1999) indica al bisogno personale della lingua locale per il senso di appartenenza nella
societá dell’individio (cfr. i discorsi sopra). Lo fa tramite le sue esperienze insegnando in
corsi di sardo per adulti (Bruno, 1999, pp. 82-83). Descrive come i partecipanti in un stesso
corso avevano competenze abbastanza diverse riguardando le facoltà di parlare e scrivere.
Alcuni erano fluenti in sardo, altri non si sentivano in grado di parlarla. Alcuni erano perfino
più bravi a scrivere che a parlare. Per tutti era però valido che non avevano mai prima
ricevuto un insegnamento formale di sardo (Bruno, 1999, pp. 86-91).
Remberger (2001) menziona una grande diversità in età e occupasioni nei partecipanti in un
corso teorica di grammatica generativa per adulti sardofoni. Remberger non affronta la
questione delle competenze linguistiche dei parlanti. Sottolinea invece che questi partecipanti
si occupavano attivamente di lingua e cultura sarda (Remberger, 2001, p. 14 n. 47).
Durante l’ultimo decennio, in vari parti dell’isola, si hanno organizzati corsi di sardo per
adulti. Riteniamo che si comincia a riconoscere l’importanza del sardo da imparare come L2
anche per adulti, solo che è un tema poco descritto ancora.
Un corso serale di sardo
Nel autunno 2004 ho avuto l’occasione di partecipare a un corso serale di sardo campidanese
a CagliariI l corso era indirizzato a ognuno che aveva la voglia di imparare
a parlare e a scrivere in sardo e era chiamato Cursu de arfabetadura (it. Corso di
alfabetizzazione). Il corso era organizzato dall’associazione culturale “Comitau Obradoris po
su Bilinguismu” (“Comitau”). Era il terzo del suo tipo ed era fatto a base di volontariato.
Amos Cardia, uno dei fondatori di “Comitau”, ha tenuto ogni corso. Nel 2004 era assistito di
Pietro Perra e Nicola Cantalupo. Erano attorni ai 30 anni, laureati e L2 in sardo.
All’introduzione hanno sottolineto che il corso era insegnato in una maniera “moderna”, cioè
con molta attenzione alle facoltà pratiche di parlare e scrivere invece di un’approcio più
teorico. Il corso era composto di 30 lezioni, lingua veicolare era il sardo campidanese e
l’ortografia insegnata era sviluppata di Antonio Lepori, insegnante e studioso di sardo. Si
utilizzava un dizionario italiano-sardo campidanese (Lepori, 1988), una grammatica del sardo
campidanese (Lepori, 2001), un libro di testi brevi di uno degli insegnanti stessi (Cardia,